Claudia Romano – Antigone. L’amore, il sacrificio, la purezza e la colpa

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Claudia Romano – Antigone. L’amore, il sacrificio, la purezza e la colpa

Il teatro greco è ricchissimo di figure femminili memorabili: Medea, Fedra, Elettra, Antigone insieme a molte altre, e le letterature moderne hanno ampiamente attinto a questo patrimonio per creare personaggi femminili dal carattere particolare, delle sovversive o delle donne inquiete ed inquietanti; e anche per redimere la figura femminile dalla marginalità alla quale era relegata nella realtà storica. Questo appare davvero un paradosso: la storia greca ricorda pochissime donne, al contrario il mito, e il teatro che da esso trae materiale per le sue storie, sono popolati da numerosissime straordinarie donne. In realtà la contraddizione era evidente già agli occhi degli stessi uomini di quel tempo: nell’Atene storica le donne erano giuridicamente e politicamente marginali, nella letteratura, invece, contavano, e molto: scatenavano guerre, come Elena, sfidavano i sovrani, come Antigone, si ribellavano ai mariti, come Medea. Le polarità, le contraddizioni del comportamento femminile esplorate dal teatro classico mettevano in scena inquietudini profonde, che le letterature moderne hanno poi ripreso e rielaborato, attualizzandole. La passione, il dolore femminile, nella rielaborazione mitologica, prima, e letteraria, poi, sono diventati paradigma, modello per la passione e il dolore dell’uomo nella vita (dell’uomo inteso come umanità, senza distinzione fra maschio e femmina). Il personaggio femminile, anzi, proprio perché la cultura greca antica spesso considerava le donne più inclini all’emotività, veniva utilizzato dagli scrittori, uomini, per esplorare stati emotivi che a loro erano normalmente, direi naturalmente, per indole, e culturalmente, per formazione, preclusi.

Una lettura dei testi antichi può illuminare, agli occhi degli studenti e dei lettori in generale, non soltanto le numerose influenze sulla letteratura italiana, ma anche le scelte, a volte molto differenti, adottate dalle letterature moderne e contemporanee per parlare di temi simili.

Un tema centrale nella presentazione letteraria e teatrale della donna nel mondo antico è il legame con la famiglia. La donna protegge la famiglia, si sacrifica per essa, in particolare per i maschi della famiglia; il fratello e il padre. Due esempi: la nostra Antigone che sceglierà di morire pur di compiere i riti funebri in onore del fratello Polinice, proibiti dal sovrano di Tebe Creonte e Alcesti, che accetterà di morire al posto del marito.

Nella letteratura greca, e nel teatro tragico in particolare, è dunque possibile rintracciare l’espressione più alta e compiuta di sentimenti, pulsioni ed emozioni universali. C’è una forte contraddizione, come già accennato, fra la posizione subalterna, e spesso addirittura disprezzata, della donna nell’antica Grecia e la presenza, nella letteratura espressa da questa civiltà, di grandi figure femminili, cui sono affidati, come forse in nessun’altra letteratura, significati e valori assoluti. Da un lato storicamente c’è la sottovalutazione della donna e del suo ruolo anche nella famiglia _ella è necessaria esclusivamente per la continuazione della stirpe e per la cura materiale della prole, ma è assolutamente secondaria nella vita sociale e intellettuale- e anche della sua individualità affettiva ed emotiva – sia l’amore spirituale che quello passionale spesso nella società greca erano omosessuali. Ma da una società e da una mentalità siffatte sono nate le più grandi figure femminili della letteratura mondiale, che incarnano l’assoluto, o, meglio, gli assoluti della vita di ogni uomo e che per millenni hanno nutrito la creatività occidentale, che sempre ha fatto, e forse farà, riferimento ad esse per dare voce e corpo all’universale-umano. Senza le donne delle tragedie greche non sapremmo, con così chiara precisione e nitore, cosa siano l’amore, il sacrificio, la purezza e la colpa, il dolore fino allo strazio, la sublimità e la ferocia della passione, la vita stessa e il senso del suo svanire.

Com’è possibile che una società patriarcale e maschilista abbia generato la più articolata e complessa letteratura sulla donna e della donna, identificando quest’ultima, più che l’uomo, con l’universale? Quella delle donne letterarie, in effetti, appare una sorta di ribellione virtuale, quasi inspiegabile. Forse la chiave di interpretazione più adatta a svelare questo contrasto, solo all’apparenza, inspiegabile, sta nel fatto che nei personaggi femminili greci si attua una simbiosi fra il male subìto e quello inflitto, in una conciliazione degli opposti che è simbolo appunto dell’universalità. Il male subìto dalle donne costituisce la motivazione, il motore del racconto drammaturgico, che ha come centro il crimine, o il sacrificio o la vendetta; il male inflitto dalle donne è però alla base dell’agire tragico, che crea il personaggio eroico. Le eroine tragiche sono protagoniste assolute in quanto capaci di decidere la propria e l’altrui sorte, capaci di scegliere fra il trionfo o la bella morte o la morte, per sé stesse o addirittura per i propri figli, come segno di rivalsa e di atroce vendetta. L’elemento tragico consiste proprio in questa coesistenza fra eroismo e colpa, risiede nell’impossibilità di individuare l’innocenza assoluta o la colpevolezza assoluta dell’agire. Vorrei offrirvi due esempi di altre donne tragiche: la Fedra di Euripide e la Mirra di Alfieri. Fedra patisce un eros divorante per il figliastro Ippolito che, inizialmente tace, e in questa repressione sta la sua innocenza; quando però ella parla diviene colpevole “Hai portato alla luce il tuo male, sei rovinata” le dice infatti il coro; con Mirra, Alfieri compie un’operazione analoga: fino a quando ella cela a tutti, nella speranza di celarlo anche a sé stessa, il suo amore incestuoso per il padre Ciniro, si sente innocente perché lo è agli occhi di tutti, nel tragico e rapidissimo finale, quando ormai l’amore peccaminoso è stato svelato, nelle parole che la ragazza rivolge all’amata nutrice Euriclea risiede tutta la sua disperazione “Quand’io … tel … chiesi … darmi … allora … Euriclea, dovevi il ferro … io moriva … innocente … empia … ora … muoio”.

Veniamo al testo sofocleo dell’Antigone che è al centro di questo incontro. Questa tragedia appartiene al ciclo dei drammi tebani, ispirati alle drammatiche vicende di Edipo, re di Tebe, e dei suoi discendenti. La tragedia di Sofocle racconta la storia della fanciulla che decide di dare degna sepoltura al cadavere del fratello Polinice, morto in duello per mano del suo stesso fratello Eteocle, e di farlo, senza l’aiuto della sorella Ismene, alla quale chiede di appoggiare la sua decisione ribelle, ma che non accetta di aiutarla, in spregio alla volontà manifestata dal nuovo re di Tebe, Creonte. Una volta scoperta, Antigone viene condannata dal re a vivere il resto dei suoi giorni in una grotta. Creonte, dopo aver ascoltato la profezia dell’indovino Tiresia e le suppliche del coro, decide di liberarla, ma ormai è troppo tardi; Antigone si è data volontariamente la morte, impiccandosi nella grotta nella quale era stata imprigionata. Il suicidio della giovane spinge anche Emone, figlio di Creonte e promesso sposo di Antigone, a suicidarsi, cosa che fa anche la moglie di Creonte, Euridice, lasciandolo nella disperazione più nera, a maledire la sua stoltezza.

La natura eroica di Antigone si manifesta nello scontro con le superiori leggi dello stato e del potere politico; la sua statura morale emerge dapprima, in una dimensione di affetti privati, nel confronto con Ismene, che non ha il coraggio di infrangere le leggi degli uomini e lascia che la sorella da sola adempia al sacro dovere di dare degna sepoltura a Polinice; e poi, in una progressione che amplia la sua grandezza anche in una dimensione per così dire “pubblica”, nello scontro con Creonte: pur minacciata di morte, la donna non retrocede di un passo dal suo intento. Nel re, che vorrebbe impedirle di compiere questo atto di per sé giusto, Antigone non riconosce la legittima autorità dello Stato, ma soltanto un potere dispotico e arbitrario, che pretende di perpetuare anche oltre il limite della vita umana, in un territorio dentro al quale non ha il diritto di inoltrarsi, la propria autorità, che invece è solo ed esclusivamente terrena. Antigone è estremamente abile nella dialettica a rovesciare lo sdegno e le accuse del tiranno: rifiuta delle imposizioni che non provengono da Zeus né dalla Giustizia, proclama eterna fedeltà alle leggi degli dei che impongono di amare i propri familiari e di concedere loro, ad ogni costo, la dignità della sepoltura, che è simbolo tangibile, una volta essi morti, dell’affetto provato in vita. Si tratta di leggi non scritte (àgrapta nòmima) precedenti e superiori ai singoli ordinamenti delle comunità umane, e perciò maggiormente vincolanti (vv. 456-57 “Non da adesso, né da ieri, ma da sempre essi vivono, né alcuno sa quando alla luce apparvero”). Antigone non vacilla, non esita di fronte a nessuna prospettiva fino a quando continua ad affermare il principio che le è più caro. In lei alberga un potente istinto a vivere e ad amare che, quando ormai la sua condanna è già stata decisa, si scioglie in un lamento, un pianto disperato col quale esprime tutto il suo rimpianto e il rammarico per la vita che sta per perdere e per le gioie della vita che le stanno per essere, a suo avviso, ingiustamente strappate (vv. 876-79 “Mi trascinano per questo viaggio inevitabile, così illacrimata, senza amici, senza sposo. Mi tolgono questa luce bella, il sole sacro”). Anche in questo frangente però Antigone non smentisce sé stessa, infatti successivamente afferma che il viaggio che sta per intraprendere, per quanto sia doloroso, le consentirà di ricongiungersi con i suoi cari defunti, il padre, la madre e, ovviamente, il fratello per amore del quale ha ritenuto giusto morire.

Tecnicamente il personaggio di Antigone acquista vigore drammaturgico mediante la tecnica del contrasto, che consiste in un rapido scambio di battute, brevi ed incisive, con personaggi di indole completamente opposta alla sua: la sorella Ismene, più comune e modesta di carattere, e il tiranno Creonte, concentrato solo sul suo ruolo politico. In questo modo il pubblico facilmente comprende la grandezza della donna, la sua intransigenza morale, la sua aspirazione suprema ad una coerenza tetragona, che non indugia, né tanto meno indietreggia di fronte a nulla; la morte è anzi da lei vagheggiata eroicamente, perché bella e nobile. La pavida Ismene rappresenta, appunto, la norma, con la sua deplorazione di quelli che lei ritiene degli eccessi per una donna e con, invece, l’accettazione della propria condizione di subalternità di donna, costretta dalla opportunità e dall’appartenenza ad un sesso unanimemente ritenuto inferiore, a mantenersi entro centri strettissimi limiti di autonomia di giudizio e di comportamento.

La stessa tecnica del contrasto viene utilizzata da Sofocle per opporre fra loro violentemente Antigone e Creonte, quindi la legge divina contro la legge umana. Antigone si oppone ai proclami di Creonte, dichiarandosi tenacemente pronta a morire e considerando, anzi, la morte come un guadagno. La contrapposizione fra i due è netta e frontale: nulla di Creonte piace ad Antigone, che non accetta la discriminazione da lui operata fra i due fratelli in base alla loro condotta di vita; dopo la morte, anzi, proprio in funzione di essa, Polinice ha riottenuto la sua appartenenza affettiva alla famiglia, deve dunque essere onorato come phìlos tra i phìloi (coma amato tra gli amati): gli odi e i contrasti appartengono unicamente al mondo perfettibile dei vivi.

La radice profonda del conflitto tra Antigone e Creonte risiede nel contrasto fra la famiglia, le leggi divine, le leggi preesistenti del gènos e il diritto pubblico, che tende a prevalere su quello privato, un tema di fondamentale importanza nel secolo della Sofistica. E se Antigone è il personaggio eroico, che nella difesa dei suoi principi non ammette compromessi e che, per tale sua condotta, resta sola, priva di conforto e di approvazione, anche Creonte in realtà è personaggio tragico, convinto assertore dell’assolutezza dello Stato e dalle sue leggi, destinato a riconoscere solo tardivamente il proprio errore quando anch’egli verrà toccato dolorosamente nei suoi affetti familiari, in una sorta di nèmesi, dopo la morte del figlio e della moglie. Ma oltre a questo si profila fra i due un ulteriore contrasto polare, più velato: quello fra l’uomo, unico detentore del potere civile e politico nell’Atene classica, e la donna, la cui realtà emotiva appare più vicina al regno dei morti e agli dei che ad esso sovrintendono: è la donna, e non l’uomo, il vero guardiano delle tradizioni gentilizie (intesi come prìncipi sacri della gens, del gènos) e degli onori della sepoltura, che ne costituiscono una parte essenziale.

Ritornando alla dinamica fra Antigone e la sorella Ismene, nel finale del secondo episodio viene ribadito il contrasto di caratteri che si era profilato nel prologo, ma vi è un’evoluzione: alla rigorosa e determinata Antigone si contrappone ancora una fragile Ismene, ma quest’ultima, con un tardivo gesto di sacrificio, vorrebbe confessarsi colpevole, implorare il perdono del tiranno e tentare in tal modo di salvare la sorella. Antigone percepisce la generosità e l’affetto che si celano dietro questo gesto inatteso, ma lo classifica come contraddittorio e le ricorda che inizialmente loro due avevano manifestato due scelte di vita diametralmente opposte, quando si era trattato di decidere se seppellire o no Polinice (vv. 555 “Tu hai scelto di vivere, io di morire”). Ismene a questo punto si sente incompresa da Antigone, della quale disapprova, anche se dolorosamente, la decisione di tenerla lontana da sé, di rifiutare di averla come compagna nella morte. Secondo alcuni critici, Antigone in tal modo vuole cercare di salvare a tutti i costi la sorella, lasciando che l’ira di Creonte si concentri e si abbatta solo su di sé, evitando cosi ad Ismene di essere punita immeritatamente. Questa interpretazione è avvalorata dalla mancanza di toni aspri e di espressioni apertamente sprezzanti nei confronti di Ismene: a differenza di quanto era accaduto nel prologo, qui Antigone pare voler riconoscere alla sorella più fragile il diritto ad esserlo e a veder salva comunque la sua vita, in ottemperanza, a ben vedere, allo stesso principio generale che ella aveva scelto per sé stessa, la vita.

Nonostante questa interpretazione tenti di salvare entrambe le donne, comunque la riconciliazione etica fra le due appare impossibile. Ismene mette in gioco la sua vita solo quando pensa che questa possa salvare quella della sorella; Antigone, invece, fin dal primo profilarsi della situazione tragica, ha deciso di andare incontro alla morte, semplicemente per l’amore che prova per chi non c’è più, l’attaccamento al fratello defunto è più forte di qualunque relazione affettiva con la sorella ancora viva. La dimensione che acquista il concetto di gènos per Antigone è staccata dalla realtà materiale che la circonda, ella è sin da subito entrata nella dimensione eterna del regno dei morti. L’accettazione della morte, però, non esclude completamente il rimpianto della vita, come già in precedenza accennato, e questo non fa altro che arricchire umanamente il personaggio di Antigone, considerato straordinario non tanto per la compattezza e la coerenza delle sue decisioni e dei suoi atti, quanto piuttosto per la varietà, la verità e la complessità delle sue reazioni rispetto ai diversi eventi della vita.

Il contrasto fra Antigone e Creonte è altrettanto radicale, perché il tiranno non si è solo macchiato di un crimine crudelissimo, sì, ma, per così dire, limitato alla sfera terrena. Creonte ha invertito la cosmologia della vita e della morte: ha convertito la vita di Antigone in una sorte di morte vivente e la morte di Polinice in una sorta di sopravvivenza solo dei miseri resti mortali, una sopravvivenza, però, sconsacrata, e quindi nefasta. Antigone vivrà come morta sottoterra e Polinice, invece, come un morto vivente, il cui corpo esanime continua a rimanere scoperto, sotto la luce implacabile del sole.

La percezione greca, in generale, e in Sofocle, in particolare, associa profondamente la vita alla luce del sole. Essere vivi significa vedere il sole ed essere da lui visti; i giorni dei morti invece sono bui, perché sotterranei. Creonte ha dunque commesso un crimine assoluto e imperdonabile contro questa equazione: Antigone, viva, viene gettata nelle tenebre, e Polinice, morto, viene lasciato imputridire alla luce del sole. Nessun poeta o pensatore è riuscito ad esprimere con altrettanta efficacia e completezza l’orrore di un crimine contro la natura stessa dell’uomo.

La vicenda di Antigone è una tragedia, non semplicemente nel senso che è una storia di immenso e tremendo dolore, perché questo non è il solo significato che ha la tragedia greca in genere, ma è la storia di un profondo e assoluto conflitto, di un conflitto nel quale non si può agire senza essere, in un modo o nell’altro, colpevoli, tutti indistintamente. Ci si commuove certo più facilmente per Antigone che per Creonte, è più facile e immediato avvertire il “calore” degli affetti familiari, dell’amore fraterno, piuttosto che il “freddo” valore della legge, della politica; ma non bisogna dimenticare che la fredda legge assicura a ciascuno la possibilità di realizzare la propria vita privata e anche affettiva, perché senza leggi il mondo sarebbe preda della violenza del più forte, dell’ingiustizia senza freni, dell’ineguaglianza più infame. Infatti Sofocle non tratteggia Creonte come un ottuso tiranno, assetato solo di potere personale; egli non vorrebbe condannare Antigone (addirittura, in alcune rielaborazioni del mito, sarebbe pronto a lasciarla andare in segreto, dopo averla pubblicamente condannata, purché rimanga salvo il principio dell’obbedienza alle leggi). Egli, pragmaticamente, è un uomo che non guarda ai valori assoluti ma alla sua personale responsabilità politica nei confronti della comunità che regge e governa: il suo dovere di monarca è di agire in modo tale che la comunità non perisca. Pur obbedendo ad un’etica della responsabilità comunque egli è colpevole; Antigone, dal canto suo, obbedendo unicamente ad un’etica di valori umani assoluti, è colpevole per le leggi degli uomini. Questa è la tragedia di entrambi i personaggi, questo è il conflitto inconciliabile ed insuperabile.

Claudia Romano

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